Amer Al Sabaileh.

Amer Al Sabaileh è Segretario Generale del Mediterranean-Gulf Forum. Analista politico per il Medio Oriente, è editorialista per i quotidiani The Jordan Times, Al Arab Al Yawn, per il CNN- Arabic e commentatore televisivo. I suoi articoli sono disponibili su: http://amersabaileh.blogspot.com/.

Nel salotto virtuale che amo definire come spazio etico dell’ascolto e luogo del dialogo inteso come confronto lascio che siano i miei ospiti ad intervistare Amer Sabaileh su alcune problematiche inerenti l’estremismo e la lotta al terrorismo. Ciò che pare estremamente interessante è l’attenzione con cui Amer Sabaileh si sofferma sul ruolo che giocherebbe una ristrutturazione e riprogettazione del sistema educativo nei paesi del Medio Oriente come mezzo di contrasto e de-radicalizzazione di un fondamentalismo in quanto prodotto all’interno dello stesso sistema scolastico ed universitario. Non favorendo il pensiero critico, insistendo sulla memorizzazione non riflessiva, legittimando una pressione culturale e politica esso fallisce miseramente nella mancata integrazione sociale, terreno fertile in cui muove e cresce Daesh (Isis).

In Italia viviamo all’ombra di un senso di colpa cristiano che ci porta ad accogliere indiscriminatamente per motivi etici e religiosi. Chiedo se sia chiaro ai governanti europei che non si può giungere ad un multiculturalismo socialmente sereno con i tassi di disoccupazione e povertà che già ci sono in tanti paesi Ue. Il multiculturalismo è una necessità, un obbligo o una falsa meta da fissare per trarne un guadagno politico-economico durante il cammino? Per creare benessere diffuso e condivisibile non sarebbe necessario prima curare il capitalismo malato che consente all'1% della popolazione di possedere il 90% della ricchezza? Cosa ne pensa? (Entony Pradella)

A.S : Sicuramente l’attuale crisi economica occidentale ha tanta influenza sulle persone, soprattutto quelle che soffrono per una situazione abbastanza difficile e non trovano la possibilità e l’opportunità di cambiare e trovare un ambito in cui riescano a migliorare la propria condizione. Da lì si inizia a trovare delle scuse, dando la colpa all’altro di esserne causa, per cui l’aspetto economico e la gestione delle risorse sono un fattore importante nella creazione di un’atmosfera e di un multiculturalismo sano. Credo che accettare l’altro abbia a che fare con la coscienza dell’uomo, nell’attenzione naturale verso quest’altro da integrare come diverso nella sua cultura, lingua, abitudini, tradizioni e storia ma uguale come essere umano. Non dobbiamo essere sempre troppo teorici perché alla fine bisogna ammettere che questi fattori economici possono sempre indurre o spingere l’uomo a cercare di uscir fuori da questa miseria di cui viene colpevolizzato l’altro.

Qual è la strategia migliore che l'Italia può concretamente mettere in atto per ridurre la mole e l'impatto delle immigrazioni di massa? La più fattibile economicamente e culturalmente. (Luca Ronconi)

A.S : Non credo che il problema sia solo dell’Italia. Questa, essendo ovviamente la porta dell’Europa di oggi, ha bisogno di una strategia condivisa con tutti gli attori europei, perché alla fine la maggior parte di questo flusso di immigrati cerca di arrivare in Italia per andare in altri posti. Per questo la strategia migliore per il vostro Paese credo sia condividere queste responsabilità con l’Europa, applicare la legge e soprattutto dimostrare che la legislazione sia praticamente applicabile in Italia. In tanti casi c’è un caos nella questione dell’immigrazione: gente che circola senza un regolare permesso o senza essere in regola, e nel frattempo si dedica a varie attività non legittime. Questa situazione di caos e mancata applicazione della legge, la sensazione che lo stato italiano chiuda sempre un occhio ovviamente aumentano questo senso di un incontrollato flusso migratorio, per questo la strategia migliore comincia da una vera applicazione della giustizia, e dal cercare di gestire una migrazione di eccellenza, ed è questo quello che veramente serve all’Italia. Da lì si cominci anche con una diffusione della cultura italiana per appianare anche un naturale senso di minaccia. Il popolo italiano ha il diritto di essere e sentirsi protetto nella sua identità, per questo credo che la cosa migliore da fare sia un’integrazione culturale ad hoc in cui l’immigrato cominci a inserirsi nel contesto della cultura italiana e capisca il valore di questa cultura, e non viva dentro un paese chiuso nel suo guscio, percependo il rifiuto ad essere integrato. Credo che in questo equilibrio sia il futuro dell’Italia.

Come conciliare la concezione del Corano come libro increato, e quindi insuscettibile di interpretazione, con la secolarizzazione della società europea anche a livello di politiche di convivenza e integrazione. (Vincenzo Scarpello)

A.S : Non è una cosa semplice, trattasi poi di una vecchia teoria, questa, e quello che è stato chiuso dai precedenti non si apre successivamente. Può essere un problema di compatibilità, ma in realtà parliamo di un testo con una vita che è in continuo sviluppo ed evoluzione, per cui il segreto è nella reinterpretazione del testo coranico, cioè il valore o l’obiettivo che cerca il testo, non il testo stesso in sé che diventa troppo rigido da inserire e contestualizzare oggi. Per questo credo che quello che serva al momento sia concentrarsi sulla reinterpretazione del Corano rendendolo sempre più compatibile con lo sviluppo dei concetti umani, soprattutto nella secolarizzazione della società.

Come vede il futuro della “povera” Siria e delle sue opere d'arte? (Massimo Arduino)

A.S : Purtroppo il futuro della Siria è al momento abbastanza buio. Non si tratta soltanto di cercare di lanciare un processo politico ma ci sono anche passi che sembrano essere sempre più difficili, come la pace e l’eliminazione del terrorismo, senza considerare le conseguenze di questa guerra sia a livello umano, psicologico, economico, ma anche culturale in un paese che è proprio frammentato e vige la cultura dell’odio, la vendetta, l’atmosfera settaria che è stata nutrita in questi anni. Per questo credo che sia un futuro abbastanza difficile, senza dubitare sulla capacità dei siriani nel saper ricostruire un paese. Ci vuole anche un progetto di ricostruzione e per quanto riguarda l’arte credo che tutta l’umanità abbia perso tanto e non confido nella facilità del recupero di tutto quello che è stato perduto, un errore di cui tutta l’umanità oggi paga il prezzo.

Quanto le politiche americane e il rapporto Israele-USA influenzano e finanziano il terrorismo islamico? Se si stesse tranquilli a casa propria non ci sarebbe di conseguenza neanche l’effetto del fenomeno immigrazione. (Alice Catena)

A.S : Tutto nasce dal conflitto arabo-israeliano e dall’occupazione della Palestina con le conseguenze che ben conosciamo. Tutto è nato lì, da qui la trasformazione con quel taglio religioso islamico di questo conflitto che ovviamente avviene ed ha i suoi albori nel contesto della guerra fredda. A ciò si associa l’insistenza ed accanimento dell’America nell’utilizzare questa dottrina nella sua guerra contro il comunismo e l’unione sovietica, e da qui questa tendenza continua a crescere, ad espandersi e ad assumere varie forme. Oggi la catastrofe della questione palestinese diventa materia per alimentare questo odio e una tendenza verso il fanatismo che alla fine diventa purtroppo l’unico rifugio e reazione di protesta per tanti disperati.

In che termini giocano le condizioni di esclusione economico-sociale di cittadini di stati occidentali sulla loro spinta ad aderire al fenomeno terroristico di ispirazione religiosa? (Federico Gustavo Pizzetti)

A.S : Il terrorismo che assume una forma religiosa ovviamente potrebbe essere un rifugio per tanti tra coloro che hanno fallito nel tentativo di integrarsi e nella possibilità di un vivere in un modo decente e bene. L’esclusione economica e anche sociale, questa frustrazione legata al fallimento dell’integrazione giocano molto nella spinta a cercare un proprio mondo che non appartenga al futuro nè al presente, ma legato al passato o ad un passato utopico, costruito dalla persona stessa secondo una sua illusione. Per questo la dottrina religiosa da sempre concede questa possibilità perché trattasi dello sconosciuto e del potere attrattivo che ha il passato sull’uomo con il fascino del riscatto: la possibilità di continuare a vivere la propria vita e vedere il suo futuro traendo energia da un passato utopico.

Le chiederei quale clima culturale, anticamera di quello politico, si respira oggi nelle università del mondo arabo o islamico. Considerando che le notizie di quel mondo vengono tutte filtrate, mi piacerebbe sapere se all'interno degli atenei esiste un movimento, un pensiero o un laboratorio che muova nuove istanze rispetto ai proclami degli imam o di associazioni tipo quella dei “Fratelli musulmani”. In sintesi, la cosiddetta primavera araba è un'illusione cui l'occidente e i suoi media hanno voluto bellamente credere o c'è realmente uno spirito che magari, agendo sottotraccia, cerca una nuova via? Mi vengono in mente le rivolte degli universitari iraniani di una decina d'anni fa. (Giuliano Cilli)

A.S : Credo che la rivoluzione in sé sia una processo naturale. Tutti gli elementi per far scatenare una rivoluzione nel mondo arabo esistono, dalla pressione politica, lo sfruttamento delle risorse, la mancanza di sviluppo e ovviamente di libertà come in tanti casi, per questo penso che sia possibile avere questa specie di riscatto. Il problema è che il mondo arabo è stato molto spesso un modello quando c’era un matrimonio tra la teocrazia e l’autocrazia, e in questo caso vi erano due linee direttive forti, e d’altro canto i fratelli musulmani, per esempio, che diventano protagonisti di questa primavera o rivoluzione. Nel frattempo all’interno del mondo arabo c’è stata sempre una guerra contro tutte le forze progressiste e secolari, dalla seconda guerra mondiale fino ad oggi, ed è per questo motivo che queste tendenze non sono forti al punto da potersi esibire in una maniera chiara. Anche l’occidente ha insistito nell’interpretazione del mondo arabo in un’ottica religiosa o nel credere che i fratelli musulmani rappresentino la democrazia al posto della dittatura, il che non è vero. Ciò è stato anche un problema che ha fatto perdere al mondo arabo il suo primo tentativo di venire fuori da questa prigione che ingabbia la libertà. Non credo che queste rivolte o rivoluzioni siano le ultime, ho fiducia che nel prossimo futuro ce ne possano essere altre e spero che in questo periodo altre dottrine, altre tendenze si fortifichino, tipo quelle nazionaliste che rifiutano di dare un’identità religiosa al paese o quelle secolari che stanno crescendo. Si notano i primi semi di questo cambiamento, per questo credo che il prossimo futuro potrebbe portarci altri tentativi ma non penso che la conclusione, il risultato finale, o quello che sogniamo si possa vedere in breve tempo. Siamo all’interno un processo di cambiamento molto lungo perché si tratta anche di cambiamento culturale al quale servono anni di lavoro e di sacrifici.

In conclusione: «Siamo tutti prigionieri di un'utopia negativa del passato in un contesto sociale patriarcale che non tiene conto né incoraggia l'innovazione e l'evoluzione. Nelle nostre società il valore della vita non è apprezzato e avere speranza nel futuro attraverso una visione positiva per la propria vita non è permesso. Invece viviamo nella paura e nella disperazione ed il radicalismo si presta a fornire la speranza sbagliata e una visione del futuro che passano attraverso l'odio e la distruzione. In effetti, abbiamo bisogno di un sistema educativo che sia innovativo, dinamico e in grado di adattarsi costantemente al progresso tecnologico e culturale. Il punto di partenza è la generazione successiva. I giovani devono essere educati a pensare in modo critico, interiorizzare un ethos moderato e capire il mondo nel suo contesto reale, e non da un punto di vista che risale a quasi mille anni addietro. A tal fine è anche necessario intraprendere un profondo cambiamento nella mentalità degli insegnanti e dei loro metodi educativi. La modernizzazione dei programmi scolastici deve integrare i giovani in un nuovo e aperto contesto culturale che valorizzi la vita e rispetti le persone indipendentemente dalle loro origini religiose o etniche, e scarti l'idea di imporre le proprie convinzioni sugli altri. Letteratura, teatro e arte dovrebbero essere insegnati e attivamente incoraggiati, come la creatività può essere un potente strumento per contrastare l'attrattiva del radicalismo. Il senso popolare dell’umanità deve essere motivato al fine di garantire che il danno e il dolore che la cultura della morte e del sangue ha provocato nel corso degli ultimi anni non sono stati dimenticati e quindi non devono essere perpetrati. La revisione del sistema di istruzione e curricula accademici deve essere integrata da politiche sociali per i giovani. L’alto tasso di disoccupazione, l'emarginazione e la mancanza di comunità e attività culturali offrono un terreno fertile per l'indottrinamento radicale e il reclutamento. La creazione di più posti di lavoro e opportunità di target giovani permetterebbe alla nuova generazione di progredire nel suo sviluppo umano e sfuggire alla trappola delle ideologie estremiste e del terrorismo.»

Fonte: http://atahq.org/2016/01/facing-radicalization-in-the-arab-world-the-need-for-a-cultural-revolution/